Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani


il-giorno-che-diventammo-umani-paolo-zardi-neo-edizioni-x-sitoIl giorno che diventammo umani fu quello in cui capimmo di essere mortali. Così conitnuerei il titolo – non tanto per l’assonanza, quanto per il tema dominante – del libro di Paolo Zardi, edito da Neo Edizioni nel 2013. Lo scrittore padovano, con una serie di venti racconti, narra qual è stato il momento in cui, i personaggi delle sue storie, sono diventati, o meglio, si sono accorti, di essere umani. E sembra che molti di loro l’abbiano capito quando si sono resi conto dell’esistenza della morte. Così, ci troviamo davanti, ora un padre sopraffatto dall’angoscia di continuare o meno a fumare, ora un professore universitario che sembra capire cosa sono la vita e la morte (“quell’ammasso confuso di cose e i suoi occhi che lo guardavano; e la morte qualcosa che riguardava solo lui e la sua sensazione, impossibile da condividere, di esistere”) solo dopo aver scoperto la presenza di un tumore al cervello che lo dilania giorno dopo giorno. La morte è la vera protagonista assente e induce inevitabilmente, i lettori quanto i protagonisti, che prima vivevano in uno sfrenatissimo presente, a pensare al momento della fine. Una fine, come ultima cosa da fare per un vecchio che festeggia il suo centocinquesimo compleanno e una fine, cagione di dolore e smarrimento per una moglie e un’amante. Ricorre spesso il topos letterario, usato e abusato, del paesaggio stato d’animo: la morte è un demiurgo che plasma, a sua immagine e somiglianza, l’ambiente circostante. Questo continuo addensarsi di nubi e la regolare atmosfera cupa, fuori da un ospedale o nel giorno del lutto, rischia di diventare ripetitiva e controproducente. Ma è solo la stramaledetta caratteristica di non essere immortali, che fa di noi umani? Paolo Zardi crede che anche la sessualità, e la rispettiva scoperta nell’età della pubertà, facciano di noi degli umani. Non si può dire che non sia un libro multiforme: violenti e brutali amplessi, puramente dominati dall’istinto animale, si alternano a dialoghi commoventi tra medici. La nostra umanità non è solo questo, ma nel libro solo due o tre racconti affrontano altri temi, e il titolo pare un po’ troppo ampio rispetto ai contenuti. Probabilmente nell’autore c’è stata la voglia di esaminare, in antitesi, i due fuochi principali del nostro essere umani: la vita, prevalentemente intesa come piacere (e quale più esplicativo se non quello sessuale?) che descrive con crudezza disarmante, e la morte, raccontata con parole calde e attente, tenere e rispettose. A concludere il libro, un vero e proprio inno alla vita, due soli lunghi periodi che non lasciano il tempo di respirare. A tratti pare un referto medico/scientifico, talvolta un manuale di educazione sessuale. In qualsiasi modo lo vogliate catalogare, rimarrà comunque un bel libro, scritto con un realismo eccezionale e dotato di una poetica umorale e capace di un coinvolgimento fulminante del lettore. Infine, interessante e volta a varie interpretazioni la citazione iniziale del grande Darwin: “Soggetto del presente volume è la parte che i lombrichi hanno avuto nella formazione dello strato di terra vegetale che copre tutta la superficie della crosta terrestre in ogni contrada discretamente umida.”
Siamo forse noi i lombrichi darwiniani?

Rebecca Romanò

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